Quello del pensiero computazionale è un concetto relativamente giovane: è infatti stato introdotto nel 2006 dalla scienziata specializzata in processi informatici Jeannette Wing*. In sintesi, con pensiero computazionale si intende l’insieme dei processi coinvolti nel raggiungimento di un obiettivo. Più estesamente, la serie di procedure messe in atto da un esecutore all’interno di un contesto dato, volte al raggiungimento di un obiettivo fissato in precedenza. E ancora, volendo usare una terminologia più informale e accessibile, un processo che consente la risoluzione efficace di problemi e questioni di varia natura.

La peculiarità del pensiero computazionale è che i suoi procedimenti sono applicati nei computer, ma allo stesso tempo i suoi metodi forniscono preziosissimi strumenti concettuali per la vita di tutti i giorni. La fortuna di questo concetto e di questa metodologia nella pedagogia contemporanea risiede proprio in questa trasversalità: apprendere il pensiero computazionale può aiutare lo studente ad acquisire capacità di problem solving e allo stesso tempo a capire come funzionino i processi informatici. Attraverso l’assimilazione di questi processi il bambino imparerà a familiarizzare su come pensa una macchina, e le macchine, per converso, risulteranno più intellegibili, più umane.

La messa in atto del pensiero computazionale prevede una prima fase di analisi e organizzazione dei dati inerenti al problema da risolvere, a cui segue una rappresentazione astratta dei dati raccolti. A seguito della raccolta dati si passa alla formulazione del problema in un linguaggio (o formato) adeguato agli strumenti che si impiegheranno per risolverlo.

A questa prima fase, di fondamentale importanza, seguirà la parte propriamente operativa, ovvero la serie di step da compiere per la felice risoluzione del problema. Al termine del processo si cercherà di desumere dal caso particolare una regola, una metodologia, adatta a un campo applicativo più esteso. Il pensiero computazionale è infatti una metodologia dinamica, che cresce e si implementa continuamente.

Nella vita quotidiana siamo spesso convinti che la fase operativa (quella che riguarda i fatti tangibili) sia più importante della pianificazione. Il pensiero computazionale insegna il contrario: una maggiore attenzione dedicata all’analisi del problema, alla definizione delle azioni da compiere, insomma un’attenzione all’aspetto strategico, renderanno la soluzione del problema più semplice ed efficace.

Il bambino messo nelle condizioni di apprendere questa metodologia imparerà quindi a relazionarsi con la complessità senza esserne sopraffatto, scomponendola e analizzandola con pazienza e criterio: la divisione in step permette di prender confidenza con ciò che di primo acchito sembra “difficile”, ma che una volta divenuto familiare può portare il bambino ad elaborare piano piano processi sempre più complessi grazie alla metodologia acquisita.

* Wing, J. M. (2006). Computational thinking. Communications of the ACM, 49(3), 33-35.