Uno dei potenziali campi di attuazione della robotica in ambito didattico è il trattamento dello spettro autistico nei bambini. L’interazione fra bambini e robot può permettere infatti di migliorare la relazione con il mondo esterno, di affinare le competenze linguistiche e di apprendere in un contesto meno stressante. La componente emotiva è infatti, nel caso dell’interazione con un robot, notevolmente contenuta. Questa assenza, o presenza contenuta, della variabile emozionale elimina uno dei fattori di stress del bambino, creando un ambiente più fertile e rilassato. Spesso a essere compromesse nei bambini affetti da autismo sono infatti le abilità attinenti alla sfera sociale e comunicativa. Il robot presenta invece pattern comportamentali semplificati, reazioni stilizzate e dotate di un grado di imprevedibilità minore rispetto a quelle di un’interazione completamente umana. Nella comunicazione interpersonale infatti sono richiesti una serie di feedback (cognitivi, linguistici, emotivi, prossemici) che spesso il bambino autistico non è in grado di fornire.

Nell’autunno 2017 è stato lanciato in Puglia un progetto avanguardistico che coniuga robotica e neuropsichiatria, con implicazioni importanti anche in ambito didattico. Il robot in questione, che dovrebbe svolgere il ruolo di vero e proprio terapeuta, è stato battezzato NAO. Il percorso terapeutico prevede una prima fase in cui il bambino e il robot (alto sessanta centimetri e dal peso di cinque chili) si interfacceranno l’uno con l’altro, in assenza di terzi. L’obiettivo della sperimentazione è ovviamente di permettere al bambino, con la gradualità che gli è necessaria, di affrontare livelli di stress emotivo via via maggiori, fino a riuscire a intrecciare relazioni funzionali e distese con le persone, siano essi compagni di scuola, genitori o figure educative. Alla prima fase di interazione a due seguirà quindi una seconda fase, in cui una terza persona prenderà parte alle attività ludico-pedagogiche. Ed è in questa fase del percorso che entra in gioco l’ambiente scolastico: la terza persona potrebbe infatti essere un compagno di classe, oppure l’insegnante stesso. Questo permetterebbe l’inserimento progressivo e non traumatico del bambino nel gruppo classe. Abbiamo infatti visto in articoli precedenti quanto sia deleterio, sia a fini strettamente scolastici sia in un più ampio contesto di sviluppo della personalità, escludere il bambino dal gruppo classe. La robotica può essere in questo senso un prezioso strumento per favorire l’inclusione.